Sogno d’amore

L’incenso bruciava lentamente, rilasciando un piacevole sentore di rosa nella cinquecento blu dall’aria un po’ vissuta. Il profumo riusciva in parte a coprire il fetore di umidità di cui i sedili erano impregnati. Sarà stata colpa della pioggia, chissà. A tratti, gli odori si mischiavano, creando un effetto davvero sgradevole.

“Vuoi che abbassi  i finestrini?  Che apra la portiera? Cosa posso fare? “ –  Davide continuava a scusarsi, come se quella puzza fosse qualcosa di veramente inaccettabile, come se fosse colpa sua.

Chiara, con una winston blu che consumava a poco a poco nella sua mano, sorrideva.  “Davvero, non è un problema. Non preoccuparti”.

Non capiva, lei. Si sentiva già fortunata ad essere là, con lui, ed anzi quella stranezza – in un certo senso- la divertiva. Dava colore alla storia, ecco. Chiara vedeva storie in tutto, come se ogni istante della vita potesse essere descritto in un romanzo o in una canzone e le pareva ci fosse della poesia nello stare là insieme e nell’avere qualcosa da raccontarsi in seguito. Qualcosa che loro due avevano condiviso. Ancora persa nei suoi pensieri, spense la sigaretta fuori dal finestrino e della cenere cadde sul sedile davanti. “ Porca puttana!”-  imprecò. Detestava il suo essere tanto maldestra.

“Fa niente, tanto questa macchina è un rottame”.

Erano stati in un paio di bar ed erano entrambi brilli di tutto il gyn che aveva innaffiato la loro serata e che un po’ cominciava a farsi sentire. Davide sorrideva e le fossette sulle sue guance gli davano un’aria meno severa, il bel volto incorniciato dai riccioli scuri e ribelli che gli ricadevano sugli occhi, costringendolo  – di tanto in tanto – a spostarli di lato con la mano.  Prese uno dei tanti cd sparsi là, sul cruscotto e lo inserì nel lettore. La voce di Lorenzo Kruger cominciò a cantare: “ Sarò pur strano e inaffidabile tutto quello che vuoi tu ma non dirmi che non senti niente se ti stringo forte….” Chiara adorava quella canzone. Eccitata, alzò il volume e prese a canticchiarla con una vocina flebile, quasi avesse paura che qualcuno potesse sentirla mentre il ragazzo, accanto a lei, rideva divertito della sua goffaggine.

“ Ti dà per caso fastidio?”  le chiese poi poggiandole una mano sulla coscia ed avvicinando il suo viso a quello di lei tanto da farle mancare il respiro. Aveva desiderato farlo per tutta la serata, da quando l’aveva vista andargli incontro col suo solito sguardo sfuggente, perso chissà dove, e quel broncio che era solita portare in viso, e si erano salutati con un timido bacio sulla guancia. Trovava che quella ragazza avesse qualcosa di veramente irresistibile.

Chiara, i grandi occhi chiari con quella perenne espressione da cucciolo spaurito, aveva ora il viso dello stesso rosso dei capelli che, con morbide onde quasi disegnate, le ricadevano sulle spalle opalescenti.  Gli prese la mano, guidandolo fino al bordo delle sue mutandine di pizzo.  “ No, per niente” aggiunse poi allusiva, con una sicurezza che chiaramente non le apparteneva ma che si sentiva, in quel momento, di ostentare.

Davide, in genere, mostrava una certa sicurezza,  tanto da poter apparire arrogante a chi non lo conoscesse. Dava l’impressione di poter andare avanti per ore a parlare solamente di sé, senza guardarsi un po’ intorno, cercando di catturare la bellezza delle persone che aveva di fronte; praticamente l’opposto di lei che si divertiva ad osservare tutto e tutti ma non era troppo avvezza alle parole, specie se la riguardavano. In quel momento, però, era tornato bambino e tutta la sua timidezza, l’insicurezza, venivano fuori, come se Chiara fosse una bellissima ed inarrivabile creatura estranea al suo mondo. Aveva sempre paura di sbagliare qualcosa con lei, di turbarla, di farle del male in qualche modo e così, per evitare di commettere errori, chiedeva la sua opinione preventiva su qualunque principio di azione. In certe occasioni si sentiva un vero coglione. Avrebbe voluto essere più sicuro di sé, sapere esattamente cosa fare e prendere in mano la situazione, non rendendosi conto che Chiara, in realtà, adorava quella fragile, dolce incoerenza di cui lui neppure era consapevole. La trovava buffa perché, in genere, era lei quella insicura e quelle occasioni erano le uniche in cui sentiva come se si stessero scambiando i ruoli.

Riusciva a leggergli il desiderio nei grandi occhi verdi e penetranti, che continuavano a guardarla con un’espressione di stupore misto a paura, come se lei fosse la cosa più bella che avessero mai guardato . Mentre lo baciava, Chiara sentiva di volergli dire tante cose. Avrebbe voluto dirgli che era da tempo, ormai, che provava più di una semplice attrazione, che iniziava a sentire quella spaventosa smania di entrare a far parte della sua vita per più di qualche serata. Avrebbe voluto sapere perché soltanto lui riusciva a guardarla in quel modo, come se potesse vedere delle cose che soltanto lui vedeva, e perché non riuscissero mai a parlarne, così da rimanere eternamente un mistero l’uno per l’altra. Non ci riuscì. Invece, continuò a baciarlo e ad accarezzare il suo corpo spogliandolo.

Erano nudi, l’uno di fronte all’altra. Nessuno, limitandosi a guardare quei corpi che cercavano freneticamente piacere in quella macchina un po’ troppo stretta, avrebbe pensato che ci fosse della tenerezza, ma osservare i nei nascosti nei posti più impensati e tutti gli altri piccoli difetti di cui nessun altro era a conoscenza, rendeva tutto incredibilmente intimo. C’era tenerezza nel tenersi per mano, e poi negli abbracci, nei sospiri, che li isolavano da ogni altro rumore al di fuori. Si amavano sempre un pò loro due,  non potevano fare altrimenti mettendosi così a nudo, comunicando l’uno con l’intimità dell’altra.  Era come se, senza parlare, tutti i sogni, il dolore, le speranze venissero fuori assieme ai sospiri, ai gemiti, alle grida. Era inevitabile.

Una lacrima rigò il volto di Chiara quando lui, al culmine del piacere, la strinse forte a sé, respirando il profumo dei suoi capelli. Si sentiva stranamente felice. Per lei felicità significava smettere di pensare e per qualche istante, mentre Davide riversava in lei la sua estasi, ci era riuscita. Semplicemente respirando il profumo della sua pelle, era riuscita a dimenticarsi di ogni altra cosa. Arrendersi alle proprie sensazioni, sognare restando svegli ma senza rendersene conto, comunicare non con un corpo o perfino con un’anima ma con l’intero universo…era quella la comunione perfetta dei sensi.

Davide, d’altro canto, non si accorse di nulla. Esausto, si afflosciò sul sedile posteriore della cinquecento e si accese una sigaretta. Wow – pensava tra sé e sé – era sempre così bello con lei. Si sentiva bene, bene per davvero.  Avrebbe voluto dormire lì, la testa contro il finestrino e non pensare più a nulla, ma l’indomani entrambi sarebbero dovuti tornare alle loro vite vere e non aveva mai neppure considerato l’idea che Chiara potesse farne parte. In verità, non aveva proprio mai considerato l’idea di potersi prendere cura di qualcuno di diverso da sé stesso. Era già abbastanza faticoso così, ma -fortunatamente – a Chiara non doveva alcuna spiegazione…con lei era tutto così semplice!

Chiara si adagiò accanto a lui e si accese una sigaretta anche lei. Si sorridevano e non c’era imbarazzo tra loro. Entrambi sapevano che tutto stava per tornare come prima e che non avrebbero mai parlato di quello che era appena successo. No, avrebbero ricominciato tutto daccapo la volta successiva, fingendo di scoprirsi per la prima volta, come facevano sempre.

Chiara, il fumo che le riempiva i polmoni ad ogni boccata, teneva gli occhi fissi in quelli di Davide e rifletteva. Forse era così che dovevano andare le cose, forse parlare sarebbe servito solamente a scoprirsi, in fin dei conti, troppo diversi e a lasciarsi andare. La concretezza lei la lasciava a chi viveva con i piedi per terra. Aveva le sue storie, Chiara. Pensava che nella vita ti capitano quegli attimi di felicità pura che mentre stai per afferrarli, puff, svaniscono ed è proprio mentre realizzi quello che è successo che capisci anche di averli perduti per sempre. Era uno di quei momenti quello, di tempo rubato al tempo reale,  quasi un’altra dimensione, dove c’era anche la possibilità di imbattersi in qualcuno che ti facesse perdere la cognizione dello spazio e del tempo. Sapeva che l’indomani si sarebbe chiesta se tutto ciò fosse davvero accaduto o si fosse trattato semplicemente di un sogno. E chissà, magari era davvero soltanto un sogno.

Storia ridicola d’amore e di umiliazione.

Quella sera ero stanchissima, eppure ero riuscita ugualmente a farmi trascinare in un live music bar, a San Lorenzo. Non c’erano gruppi che suonavano live quella sera, solo musica commerciale e gente ubriaca e priva di controllo. Che sfiga- pensavo  tra me e me. I miei amici erano tutti in coda al bar, anche se ci eravamo scolati già un bel po’ di bottiglie di liquore da me. Poi, quando anche l’ultima goccia nell’ultima bottiglia di vodka era terminata, si era deciso di levare le tende e trasferire la festa altrove.

“ Vale, me lo prendi un gyn lemon?” urlai ad una mia amica “ esco fuori a fumare.”

Osservavo la gente che mi circondava. Ragazze barcollanti sui tacchi a spillo,  uomini che ci provavano un po’ con tutte e qualcuno, di tanto in tanto, che vomitava là all’angolo. L’alcool fa proprio venir fuori il meglio delle persone!

Inviai  un messaggio a Riccardo per chiedergli se poteva raggiungermi. Poche settimane prima, lui e il suo gruppo suonavano in un club nei dintorni ed io ero andata ad ascoltare un po’ di musica con delle amiche. Loro erano tutte prese dal cantante, alto moro e sorridente. Io, invece, continuavo a guardare il ragazzo con la chitarra che si fissava le scarpe, con gli occhi grandi e il viso un po’ pallido. Sembrava così diverso da tutti gli altri, completamente assorbito da sé e dalla sua musica da non sprecare tutte le energie solo per piacere a quelli che lo guardavano. A fine serata, mi ero avvicinata per parlargli e gli avevo lasciato il mio numero di telefono, così avevamo preso a sentirci. Avevamo parlato spesso di rivederci ed io non ne vedevo l’ora, mi piaceva moltissimo.

“Hey rossa, mi fai accendere?” – un vecchio sdentato in posa da macho interruppe il flusso dei miei pensieri. Buon Dio, era un occhiolino quello?  Finsi di non averci fatto caso. “tieni, l’accendino.”

Il vecchio sdentato decise di passare all’attacco dicendo che no, non sembravo affatto italiana e c’era sicuramente “qualcosa dell’est” nei miei tratti. Poi, una serie di altre cazzate che non ricordo ma lo lasciavo parlare. Intanto , non riuscivo a smettere di sorridere perché Riccardo mi aveva scritto che passava a prendermi. Lo dissi a Valeria, la quale mi diede il mio gyn lemon e una bella pacca sul sedere. “Facciamo conquiste? E chi è il nonnetto, eh?”  Ridemmo senza contegno.

Gli altri erano in pista che sorseggiavano drink e molti di loro ormai si reggevano in piedi a stento; io e Valeria andammo a giocare a biliardino con dei ragazzi appena conosciuti, passandoci gaudenti una canna di fumo che loro avevano voluto offrirci. Marocchino, a loro dire irrinunciabile.

Vidi Riccardo arrivare proprio mentre mi facevo segnare l’ennesimo goal. Indossava una giacca piuttosto improbabile, di un velluto dello stesso blu dei suoi occhi, ma pensai gli stesse benissimo. “ Ciao bellezza”- scherzai con voce suadente . Gli presentai un po’ di gente. “Beh vogliamo restare qui o andarcene da qualche altra parte?”

Mi disse che aveva lasciato la macchina a pochi isolati dal bar e che quindi potevamo raggiungerla a piedi e scegliere un posto qualsiasi. D’accordo. Gli chiesi del gruppo, di come andassero le serate, l’università e poi parlammo di musica. Parlavamo di niente ma avevo la sensazione di conoscerlo da una vita, tanto ci stavo bene che sentivo di trovarmi nel posto giusto. E’ una cosa che non mi capita spesso.

Una volta in macchina, iniziammo a baciarci e, complici tutti i drink che avevo mandato giù, mi sentivo sciolta, disinibita. Riccardo mi sfilò il vestito nero che portavo quella sera e mi ritrovai in biancheria intima, là di fronte a lui. Successe tutto così in fretta, forse troppo in fretta, ma scelsi di lasciarmi trasportare dalla passione. Hic et nunc. A cosa serve programmare, programmare se poi rimandiamo proprio quello che ci fa stare meglio? Il dopo fu un groviglio di mani e di gambe, di labbra che si cercavano e facemmo l’amore lì, nella sua seicento un po’ troppo stretta.

Riuscivo a non pensare ad altro, mi ero scordata di tutto il resto e anche quella situazione mi appariva romantica in una maniera grottesca. Pensavo che dal parabrezza, se ci si faceva attenzione (i vetri erano appannati) si riuscivano persino a vedere le stelle!

“E’ stato pazzesco vero?” – gli dissi dopo, mentre mi rivestivo. Volevo cercare di comunicargli qualcosa, di fargli capire che non importavano il dove o il quando perché era stato bello avere lui e che il contesto per me giocava un ruolo secondario.

Riccardo si limitò ad annuire e lo avvertii stranamente freddo. Non capivo o, almeno, mi rifiutavo di capire.

Continuai : “Riccardo, sai, io credo di aver provato qualcosa per te. So che non ci conosciamo bene né da molto ma ecco, io vorrei conoscerti meglio. Non sono solita parlare in modo così aperto alle persone ma tu sei riuscito a comunicarmi qualcosa dal primo momento e vorrei saperne di più di te, della tua vita… ”

Silenzio. Riccardo , finalmente, si decise a parlarmi: “ A volte releghiamo le persone al ruolo che noi abbiamo immaginato per loro, ci hai mai fatto caso? Forse è ingiusto ma accade esattamente questo. Gli altri ci reputano degli egoisti, magari credono che non siamo in grado di dare, di darci ma noi siamo perfettamente in grado di farlo, solo non con loro, non in quel momento. Tu mi piaci e intuisco che sia una persona interessante. Mentirei se ti dicessi che non mi ha fatto piacere inciampare in te durante il mio percorso ma ti ho affibbiato una parte nella mia vita, fin dal primo istante,  una parte che non prevede che noi due ci conosceremo meglio. Ho già la mia vita, ho già una ragazza e, dopotutto, potremmo mai dire che ti ho presa in giro? Sono cose che tu non hai mai chiesto. Su, si è fatto tardi. Sarà meglio che ti riaccompagni dai tuoi amici.”

Scesi dall’auto senza salutarlo, ancora con le scarpe in una mano. Quando sbattei la portiera, lo guardai un’ultima volta e, con gli occhi pieni di lacrime, mi incamminai verso il locale.